La visione del bambino autistico e con disabilità psichica

Uno dei primi pregiudizi da scardinare, per realizzare un buon lavoro con persone autistiche, è quello di utilizzare il confronto con la normalità, piuttosto che la peculiarità della loro modalità comunicativa.


La nostra lettura dei comportamenti e degli atteggiamenti dei bambini autistici rischia di restare caratterizzata unicamente dai codici usuali. Spesso, questo atteggiamento ci porta a prevenire e fermare le loro iniziative, spinti dalla nostra paura che possano far del male a se stessi o agli altri, o dal pregiudizio che il loro comportamento sia sconclusionato. Ciò accade, per esempio, tutte le volte in cui, l’operatore tende a fermare il bambino se si avvicina o prende degli oggetti che potrebbero rappresentare un pericolo, o che si pensa possano essere utilizzati esclusivamente in maniera stereotipata, come coltelli, penne, oggetti meccanici o elettrici. Ciò, per poi, magari, scoprire che il bambino ha preso il coltello solo per tagliare la pera!
Stando accanto a loro in questi anni, ci siamo sorpresi a scoprire quanto il modo di comunicare, di ciascuno di essi, sia caratteristico e peculiare: è come scoprire un linguaggio segreto, eppure ovvio, se letto con occhi nuovi.
Rischiamo, spesso, di utilizzare la mente in modo automatico, più per confermare le nostre idee, che non per cercare nuove connessioni. I bambini autistici, o con altra disabilità psichica, sembra che utilizzino, invece, solo i sensi e le emozioni ed apprendano attraverso le connessioni tra le cause e gli effetti immediati.
I tre preconcetti, più diffusi e perniciosi, nel rapporto con i bambini autistici (e con qualsiasi essere umano), sono i seguenti:
1) Credere che l’assenza di linguaggio verbale coincida con l’assenza di comunicazione;
2) Pensare, in modo rigido, che un’azione debba essere eseguita unicamente con la modalità più conosciuta e socialmente condivisibile;
3) Ritenere che da una modalità comportamentale insolita, o socialmente poco condivisibile, non possa scaturire nulla di efficace (Sepe, Onorati, Zeppetella, Folino, 2009).

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