La dimensione relazionale e l’ascolto emotivo

I bambini autistici, a causa delle loro difficoltà relazionali, comunicative, sono comunemente descritti come chiusi in se stessi. Inoltre, i loro comportamenti sono considerati problematici, in quanto apparentemente non prevedibili, non adeguati al contesto, bizzarri ed in alcuni casi aggressivi.

 

Il concetto di comportamento problematico è stato sostituito dall’approccio P.E.I.A.D. da quello di comportamento non comprensibile, nella convinzione che il termine problematico focalizzasse l’attenzione solo sul deficit e su una possibile “rieducazione” di tale comportamento, non lasciando spazio alla possibile valenza comunicativa.
Le persone autistiche, a causa delle notevoli difficoltà nell’uso del linguaggio e delle parole, utilizzano in maniera preferenziale il comportamento per trasmettere le proprie intenzioni e le richieste anche se non in maniera “convenzionale”. Tuttavia, definire tali comportamenti problematici nega la valenza comunicativa insita in ogni comportamento umano. Dunque essi vanno definiti come non comprensibili in quanto non è possibile decodificarli secondo i “normali” schemi comunicazione.
Pertanto, secondo l’approccio P.E.I.A.D., ogni persona che si occupa del bambino autistico deve porsi in una dimensione di ascolto e attenzione nei confronti di ciò che il bambino fa quotidianamente, cercando di comprendere il messaggio comunicativo veicolato dal comportamento sia attraverso strumenti tecnici, sia attraverso l’ascolto emotivo delle sensazioni ed emozioni che il bambino nell’interazione suscita in se stessi. Tale conoscenza si realizza attraverso l’interazione continuativa e la costruzione di un rapporto ricco e profondo con bambino. Questo lavoro permette di comprendere e comunicare col ragazzo in modo adeguato, ma soprattutto permette alla persona autistica di sentirsi riconosciuta sia nella difficoltà che nel tentativo di esprimersi. In questo modo si favorisce il passaggio successivo, relativo alla possibilità di accompagnare il bambino nella scoperta di altri stili ed altre modalità comunicative più “adeguate”, andando al di là dell’idea di “impossibilità” ed aprendo uno spazio per il cambiamento e la speranza.

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